I Font di Carattere

Il tipo di carattere, detto anche fonte[1], in tipografia e in informatica è un insieme di caratteri tipografici caratterizzati e accomunati da un certo stile grafico o intesi per svolgere una data funzione.

Il comune termine inglese font proviene dal francese medioevale fonte, ovvero «(qualcosa che è stato) fuso» (dal latino fundere), con riferimento ai caratteri mobili prodotti per la stampa tipografica, ottenuti versando il metallo fuso nella forma contenente la matrice del singolo carattere. Un tipo di carattere consiste di una serie di glifi (immagini) rappresentanti i caratteri appartenenti a un particolare insieme in uno stile o disegno particolare.

Un tipo di carattere solitamente contiene un vario numero di singoli simboli, detti glifi, quali lettere, numeri e punteggiatura. I tipi di carattere possono contenere anche ideogrammi e simboli come caratteri matematici, note musicali, segni geografici, icone, disegni e molto altro ancora.

Si potrebbe definire la struttura del carattere, nel suo senso più ampio, come una serie di regole di progetto (per esempio di stile, immagine o impressione) all’interno delle quali il progettista può concepire ogni singolo carattere. Questa definizione permette inoltre l’aggiunta di nuovi caratteri con forme preesistenti, per esempio con l’introduzione dell’euro.

Storia

Storicamente i tipi di carattere venivano prodotti in dimensioni ben definite (su tutte, il corpo). Prima dell’invenzione della stampa a caratteri mobili il materiale più utilizzato era il legno per corpi da punti 36 in avanti. Nella realizzazione di un tipo veniva considerata anche la qualità, ovvero la quantità, di ciascuna lettera presente. Lo stile di un dato carattere teneva conto di tutti questi fattori.
In seguito sono intervenuti molti fattori che hanno determinato un cambiamento: la maggiore disponibilità di stili; le maggiori richieste provenienti dagli stampatori; la produzione di tipi di specifica forza di occhio (quanto scuro appare il testo, grassettonormale o chiaro, per esempio) e con specifiche le famiglie di caratteri sono generalmente: primario, chiaro, neretto nero e, nerissimo, tondo(diritto) corsivo(inclinato) [condizioni aggiuntive (generalmente «regolare», contrapposto a «corsivo» o «stretto»). Il risultato è stata la definizione di “famiglie” o “tipi” di caratteri.

Gli stampatori anglofoni hanno utilizzato il termine fount per secoli riferendosi al dispositivo utilizzato all’epoca per assemblare la stampa in una particolare dimensione e stile. Le fonderie di caratteri colavano praticamente ogni carattere in varie leghe di piombo dal 1450 fino alla metà del XX secolo.

Nel 1890 emerse la composizione meccanizzata che fondeva al momento i caratteri direttamente in linee della corretta dimensione e lunghezza, secondo necessità. Questa tecnologia rimase nota come a metallo caldo e rimase diffusa e proficua fino agli anni settanta. Dopo ci fu un periodo relativamente breve di transizione (circa 1950 – 1990) in cui la tecnologia fotografica (nota come fotocomposizione) produceva tipi di carattere distribuiti in rotoli o dischi di pellicola. La fotocomposizione permette la scalatura ottica, il che permette ai progettisti di produrre dimensioni multiple da un singolo tipo (esistono comunque limitazioni fisiche sul sistema di riproduzione ed erano comunque necessarie alcune modifiche di progetto su dimensioni diverse, per esempio per permettere la corretta distribuzione dell’inchiostro). I sistemi di fotocomposizione manuali che utilizzavano caratteri su pellicola in rullo permettevano per la prima volta una spaziatura di precisione fra i caratteri senza grandi sforzi. Questo diede luce a una grande industria di produzione dei tipi di carattere negli anni sessanta e settanta.

Nella metà degli anni settanta erano in uso tutte le maggiori tecnologie tipografiche, e i loro tipi di carattere, dal processo originale in pressa di Johann Gutenberg, alle compositrici meccaniche in metallo, fotocompositrici manuali, fotocompositrici controllate da elaboratori elettronici e le prime compositrici digitali (macchine massicce con piccoli processori e uscita su video a tubo catodico). Dalla metà degli anni ottanta, data l’avanzata della tipografia digitale, è stata universalmente adottata la grafia americana font, che oggi quasi sempre indica un file contenente le sagome scalabili dei caratteri (caratteri digitali), generalmente in un qualche formato comune. I progettisti di alcuni tipi di carattere, come il Microsoft Verdana, hanno ottimizzato il prodotto principalmente per l’uso su schermo.

I tipi di carattere digitali possono codificare l’immagine di ciascun carattere o come bitmap (descrizione di tipo bitmap) o con una descrizione di livello superiore delle linee e delle curve che racchiudono uno spazio (descrizione vettoriale). Lo spazio definito dalla sagoma di un carattere è poi riempito da un «rasterizzatore» che decide quali pixel sono «neri» e quali «bianchi». Questo processo è semplice alle alte risoluzioni, come sulle stampanti laser o sui sistemi tipografici di fascia alta, ma sullo schermo, dove ogni singolo pixel può fare la differenza fra leggibilità e illeggibilità, i caratteri digitali necessitano di informazioni aggiuntive per produrre bitmap leggibili nelle dimensioni più piccole. Oggi i caratteri digitali contengono anche dati rappresentanti la tipografia utilizzata per comporli, incluse le spaziature, i dati per la creazione dei caratteri accentati dai componenti, regole di sostituzione per la tipografia araba e semplici legature come fl. I linguaggi di descrizione che fungono da formato per i caratteri digitali includono PostScriptTrueType e OpenType. La gestione di questi formati (inclusa la conversione in immagini) è presente nei sistemi operativi di Microsoft e Apple, nei prodotti Adobe e in quelli di diverse altre società minori.

Fonte: Wikipedia

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